I corsi riprenderanno regolarmente a partire dal 10-Settembre.
lunedì 19 agosto 2013
giovedì 4 luglio 2013
Matera, le chiese rupestri e l'equilibrio.
Pochi giorni fa sono stato a Matera, una città incantata,
favolosa, piena di magia e cultura.
Mentre percorrevo le stradine di questa città, mi sono
imbattuto in alcune chiese dalla architettura rarissima, le cosiddette chiese
rupestri.
Ho scoperte che queste chiese sono sviluppate in negativo,
nel senso che piuttosto che aggiungere elementi architettonici come la colonna,
l’arco, la trave e così via, come siamo abituati a vedere nella maggior parte
delle chiese, per le chiese rupestri invece viene tolto tutto ciò che non serve fino a dare vita e forma alla
colonna, all'arco ed alla trave.
In pratica si tratta di chiese scavate nelle grotte, dove lo
scavo partiva dall'alto verso il basso e si eliminava dalla grotta tutto ciò
che non serviva, lasciando solo gli elementi architettonici che servivano alla
chiesa.
In pratica la chiesa già esisteva e si trovava già nel luogo esatto in cui doveva
essere, bisognava solo togliere tutto quello che non serviva.
La scoperta di tale scelta architettonica mi ha stupito
tantissimo, ma c’era allo stesso tempo qualcosa che mi lasciava perplesso, mi
rendevo conto che questo principio non mi era nuovo, ero certo che quest’idea
l’avevo adottata e usata più volte ma non ne ricordavo il contesto.
Alla fine capii che erano addirittura due i contesti in cui
io usavo lo stesso principio.
Partiamo dal più semplice, l’associazione con il principio
zen di liberare la mente è abbastanza ovvio, si tratta di togliere dalla nostra
mente tutte le idee superflue, i concetti trappola, i pensieri inutili, che
creano una rete nella nostra mente e non permettono pertanto ai pensieri “puri”
di fluire liberamente, non permettono di avere una apertura ed una
predisposizione mentale.
In pratica la capacità di sapere accettare gli eventi della
nostra vita, qualsiasi essi siano, è già dentro di noi, si tratta solo di
togliere tutte quelle idee che non ci permettono di viviere serenamente, si
tratta di aprire la nostra mente, lasciando correre i nostri pensieri.
Seconda analogia.
Siamo abituati a pensare che, durante un combattimento
qualunque o durante la pratica di un arte marziale, l’attacco o meglio ancora
il contrattacco, debba essere necessiariamente un “colpo” da sferrare all’altra
persona.
Ad onor del vero, spesso è così, ma non sempre, almeno per
me.
Sto studiano ultimamente una tipologia di allenamento, molto
orientata alle sensazioni, cerco, attraverso un contatto con il partner, di
capire dove si concentra la sua forza, e di conseguenza cerco di sfruttare
questa sensazione per portarlo in una situazione di squilibrio, senza mai
perdere il contatto.
Si arriva così a creare una situazione di stallo, una
situazione di equilibrio in cui Uke e Tori formano una struttura unica, ma
mentre Tori sarebbe in equilibrio anche da solo, Uke non ha un suo equlibrio, e
lo trova poggiandosi sul punto di contatto che c’è tra i due, caricando tutto
il suo peso su questo punto di contatto, ma per lui tale contatto è passivo,
non ne è padrone, ma schiavo, in quanto è l’unica cosa che lo separa dalla
perdita totale dell’equilibrio.
Per Tori invece, che è in perfetto equilibrio, tale punto di
contatto è attivo, ne è padrone, perchè sarebbe in equilibrio con o senza quel
contatto, ed ecco che gli basta “togliere” qualcosa per finire il suo
contrattacco, la sua tecnica.
"Non è tanto importante cosa mettiamo o cosa togliamo, quello che conta di più è ciò che lasciamo..."
martedì 4 giugno 2013
Perché l'Aikido?
Tra le tante
attività che si possono praticare, perché ho scelto proprio l’Aikido?
Potevo decidere
di fare un corso di taglio e cucito, il giocatore di bocce, il lanciatore di
coriandoli alle sagre paesane…
Credo che uno
dei motivi principali che ci spinge a scegliere l’Aikido sia da ricercare nella sua peculiarità di non avere competizioni e gare, quindi mi sentirei di escludere l’aspetto
prettamente sportivo- agonistico e quindi la voglia di primeggiare sugli altri.
Un altro motivo
che escluderei è l’aspetto della difesa personale, per quanto si possa essere
bravi nella pratica, credo che buona parte dei praticanti di Aikido non passi
la propria vita aspettando la tanta attesa aggressione da strada che gli
permetta di fare vedere quanto è bello un ikkyo sull’asfalto.
A questo punto
dopo aver capito alcuni motivi che possano spingere a scartare l’aikido, mi
viene da chiedermi cosa invece potrebbe farlo scegliere?
Torniamo così
alla domanda iniziale.
Perché l’aikido?
Ritengo che l’aikido
sia uno strumento, un mezzo che ci aiuti a lavorare su noi stessi.
L’assenza di
competizione con gli altri, di cui parlavo prima, credo che vada rivalutata, in
quanto la competizione esiste, ma non verso gli alti, bensì verso se stessi.
Tale
competizione non cerca di prevalere sull’altro ma nasce con l’obiettivo
di aiutarci a capire come possiamo affrontare le nostre paure, come essere
padroni di noi in situazioni di difficoltà, come essere migliori di ciò
che siamo.
In sintesi posso
affermare di aver scelto l’aikido in quando eterna ricerca di miglioramento della
mia persona.
mercoledì 15 maggio 2013
I samurai, Batman e la fede
I samurai, tanto osannati dal cinema, dai libri e dai fumetti, cosa sono?Chi sono?
Non stiamo parlando di altro che militari, ma molto lontani dalla concezione occidentale di militare.
Partiamo da un analisi etimologica.
Il termine samurai, deriverebbe dal verbo "saburau", il cui significato è "servire o tenersi a lato".
Per oggi diciamo che ci basta questo, poi più in là potremmo decidere di approfondire l'argomento.
Il samurai serviva il proprio daimyō o shogun in maniera cieca, avendo una fede incrollabile verso chi dovevano servire, mettendo addirittura la loro vita in secondo piano rispetto ai favori del proprio signore.
Infatti un samurai che perde il proprio signore, perchè ne tradisce la fiducia o causa morte del signore stesso, viene chiamato "Ronin", termine che ancora oggi è usato in maniera dispregiativa in oriente.
Ora facciamo un salto spazio-temporale, ci troviamo negli Stati Uniti intorno alla fine degli anni trenta (ebbene sì, il tanto moderno Batman ha più di 70 anni).
Un bambino va al cinema per vedere “Il segno di Zorro”, ed all’uscita dal cinema assiste alla rapina che sfocierà nell’omicidio dei suoi genitori, condizionando tutta la sua vita.
Il bambino non si da pace, inizialmente vive nel tormento e nella sofferenza, ma questo dolore ad un certo punto lascia la strada alla razionalità, il bambino comincia a credere che ciò che è accaduto a lui non dovrebbe accadere a nessun’altro e dedica tutta la sua vita alla lotta contro il crimine.
Dedica tutta la sua vita ad un ideale, ad una fede, disinteressandosi completamente di tutto. Trascorre una vita da recluso, il suo unico scopo è sconfiggere il crimine, ed è talmente forte la sue fede che capisce addirittura di non potersi legare a nessuno sentimentalmente (e questo ha fatto “suppore” a molti critici un rapporto omosessuale con Robin...)
Bruce Wayne ha capito qual è il suo ideale, la sue fede ed ha deciso di indossare una maschera per perseguire il suo obiettivo, anzi sono in molti (me compreso) ad avere il dubbio che non sia Batman l’alter ego di Bruce Wayne, bensì il contrario, la forza di volontà è diventata talmente radicata che la vera maschera è quella del milardario Bruce Wayne e la vera natura dell’uomo è quella di Batman.
Ora non vi sto dicendo di diventare dei sociopatici affetti da crisi di disturbo bipolare, oppure di indossare una calzamaglia per andare di notte a combattere il crimine, o di uscire con una katana per lavare con il sangue tutte le onte subite.
Credo solo gia giusto porsi delle domande
“In cosa crediamo veramente?Quali sono nella vita i nostri ideali, la nostra fede?Per cosa siamo veramente disposti a batterci?”
"Solo se si possiede un'alta formazione agli ideali, un'incrollabile fede e un profondo senso del dovere si riuscirà a superare le prove più aspre della vita."
martedì 23 aprile 2013
Strumenti VS Soluzione 1-0
So che potrebbe sembrarvi strano ma io ho frequentato la scuola elementare.
Tornando indietro con i ricordi mi chiedo come potrebbe essersi evoluta la mia istruzione se le cose fossero andate diversamente.
Questa storia comincia così:
Compito in classe di matematica.
Se un contadino si reca al mercato e compra 5 kg di mele, al ritorno dal mercato trova un sacco per terra con 1 kg di mele ed arrivato sotto casa incontra un amico che non avendo venduto tutte le proprie mele gli regala un altro kg di mele.
Quanti kg di mele avrà il contadino?
Armato di carta e penna scrivo sul foglio:
5+1+1 = 8
Con la stessa soddisfazione di chi ha scoperto la fusione atomica consegno il mio compito, ma tutte le mie aspettative da scienziato vengono meno quando vedo un enorme tratto rosso sul foglio con una correzzione
5+1+1 = 7
Con la coda tra le gambe me ne faccio una ragione e capisco che
1)non ho scoperto la fusione atomica
2)5+1+1 = 7
Qualche giorno dopo mi capita un episodio insolito, dopo aver raccontato a mio padre del compito in classe, lui mi risponde così
"Vabbè poco male se hai sbagliato, l'importante è capire i propri errori e correggerli. Ora sono certo che tu sappia quanto fa 5+1+1, vero?
Ed io rispondo prontamente ed orgoglioso
"7!!!"
E lui mi fa
"Ed invece quanto fa 5+2?"
Improvvisamente una nuvola nera di disperazione mi avvolge ed io mi ritrovo solo ed abbandonato con il mio quesito "Quanto farà 5+2?"
Non ho la più pallida idea di quale sia la risposta.
Tutto ciò può accadere ogni volta che ci limitiamo a fare una correzione senza darne le giuste motivazioni, senza dare all'allievo gli strumenti che gli permetteranno di capire
1)Quando si sta sbagliando
2)Perché si sta sbagliando.
"Dai un pesce a un uomo e lo nutrirai per un giorno.
Insegnagli a pescare e lo nutrirai per tutta la vita."
Tornando indietro con i ricordi mi chiedo come potrebbe essersi evoluta la mia istruzione se le cose fossero andate diversamente.
Questa storia comincia così:
C'è una quinta dimensione oltre quelle che conosciamo. È una dimensione vasta come lo spazio e senza tempo come l'infinito. È l'incerta zona di confine fra luce e ombra, scienza e superstizione, a metà strada fra le paure più profonde dell'uomo e l'apice della conoscenza. È la dimensione dell'immaginazione, e si trova... ai confini della realtà
Compito in classe di matematica.
Se un contadino si reca al mercato e compra 5 kg di mele, al ritorno dal mercato trova un sacco per terra con 1 kg di mele ed arrivato sotto casa incontra un amico che non avendo venduto tutte le proprie mele gli regala un altro kg di mele.
Quanti kg di mele avrà il contadino?
Armato di carta e penna scrivo sul foglio:
5+1+1 = 8
Con la stessa soddisfazione di chi ha scoperto la fusione atomica consegno il mio compito, ma tutte le mie aspettative da scienziato vengono meno quando vedo un enorme tratto rosso sul foglio con una correzzione
5+1+1 = 7
Con la coda tra le gambe me ne faccio una ragione e capisco che
1)non ho scoperto la fusione atomica
2)5+1+1 = 7
Qualche giorno dopo mi capita un episodio insolito, dopo aver raccontato a mio padre del compito in classe, lui mi risponde così
"Vabbè poco male se hai sbagliato, l'importante è capire i propri errori e correggerli. Ora sono certo che tu sappia quanto fa 5+1+1, vero?
Ed io rispondo prontamente ed orgoglioso
"7!!!"
E lui mi fa
"Ed invece quanto fa 5+2?"
Improvvisamente una nuvola nera di disperazione mi avvolge ed io mi ritrovo solo ed abbandonato con il mio quesito "Quanto farà 5+2?"
Non ho la più pallida idea di quale sia la risposta.
Tutto ciò può accadere ogni volta che ci limitiamo a fare una correzione senza darne le giuste motivazioni, senza dare all'allievo gli strumenti che gli permetteranno di capire
1)Quando si sta sbagliando
2)Perché si sta sbagliando.
"Dai un pesce a un uomo e lo nutrirai per un giorno.
Insegnagli a pescare e lo nutrirai per tutta la vita."
mercoledì 20 marzo 2013
Lo Zen e il tiro con l'arco
“...Il tiro con l’arco ora
come allora è una faccenda di vita o di morte, in quanto è lotta dell’arciere
con se stesso; e una lotta di questo genere non è un mistero surrogato, ma il
fondamento di ogni lotta rivolta all’esterno – e sia pure contro un’avversario
in carne e ossa.
Se partendo da qui si chiede ai maestri d’arco come vedano e rappresentino
questa lotta dell’arciere con se stesso, la loro risposta apparirà del tutto
enigmatica. Perchè per essi la lotta consiste nel fatto che il tiratore
mira a se stesso – eppure non a se stesso – e ciò
facendo forse coglie se stesso – e anche qui non se stesso – e così insieme
miratore e bersaglio, colui che colpisce e colui che è colpito. Oppure, per
servirmi di espressioni care a quei maestri, bisogna che l’arciere, pur
operando, diventi un immobile centro....”
Da “Lo Zen e il tiro con l’arco” di Herrigel
Eugen
Questo brano letto e riletto
tante volte, mi è sempre rimasto dentro, lo stesso principio espresso in questo
brano va applicato allo studio delle arti marziali.
Non ha senso allenare
esclusivamente la forza fisica, altrimenti ci stiamo affidando ad una pratica
che funziona solo fino a quando non incontriamo qualcuno più forte di noi.
La vera forza di un buon
allenamento è la padronanza di sé.
Mentre ci stiamo allenando ci
possiamo permettere di capire e distinguere un movimento corretto da uno
sbagliato, ma in una situazione di pericolo non abbiamo nè il tempo nè
probabilmente la lucidità per farlo.
In questa situazione se siamo
fermi a pensare cosa sarebbe giusto o sbagliato fare allora abbiamo perso in
partenza, dobbiamo solo dare libertà al corpo di agire, e la tecnica troverà da
solo il bersaglio, come avviene per la freccia dell’arciere zen.
Per poter lavorare in questo modo
c’è bisogno di sentire l’avversario, sentirlo attraverso le nostre braccia, le
nostre mani, le nostre gambe, dobbiamo mettere in ascolto il nostro corpo, il
quale attraverso le sensazioni date dal nostro avversario ci permette di
trovare una nostra via di espressione, piuttosto che decidere a priori cosa
fare.
mercoledì 6 marzo 2013
L'allenamento, il giubbino e la pelle.
In una giornata qualunque, andando in giro per fare un po' di spese mi trovo a passare davanti ad una vetrina
di un negozio di abbigliamento.
Rimango molto colpito da un giubbino, mi piace, cattura subito la mia attenzione, in particolar modo resto attratto dal fatto
che calza molto bene, il modo in cui il manichino indossa il giubbino è perfetto.
Preso da questo entusiasmo entro nel negozio e chiedo alla
commessa di voler provare il giubbino in questione e appena lo indosso mi
piazzo davanti allo specchio, beh a questo punto non potreste mai immaginare lo
stupore dipinto sul mio volto, quel giubbino mi sta da schifo, largo, lungo,
grinze ovunque, insomma mi rendo conto di indossare uno straccio.
Preso dallo sconforto comincio a guardarmi attorno cercando
la commessa per dirle che ho cambiato idea e mentre la cerco noto che ci sono
nel negozio tanti altri clienti che alla ricerca di qualcosa, indossano diversi capi di abbigliamento.
Mi accorgo così che ci sono capi di abbigliamento uguali
che stanno malissimo ad alcuni mentre ad altri calzano bene, un po' com'era
accaduto a me.
Uscendo dal negozio mi chiedo "ma cosa pinge a
comprare un capo di abbigliamento piuttosto che un altro?" La risposta
mi arriva subito
1) deve essere funzionale, se fa caldo acquisterò una
polo, una camicia, una t-shirt, se fa freddo magari ho bisogno di un maglione,
una giacca a vento e così via, in pratica il primo obiettivo e capire a cosa
deve servire il capo di cui ho bisogno.
2) mi deve piacere, mi deve stare bene addosso, deve
calzarmi bene a pelle.
Dopo aver capito tutto ciò ho un illuminazione
enorme, ho pensato subito "ma questo è ciò che deve accadere anche
nell'allenamento".
Un insegnante deve insegnare i principi che ci sono
dietro la tecnica e lasciare libertà di espressione all'allievo.
Non deve imporre la propria scelta di fare una tecnica in
un determinato modo solo perché è lui stesso a farla, io per esempio siccome
sono abbastanza alto ho imparato con il tempo a fare shiho-nage in un certo
modo perché era improbabile che potessi passare sotto al braccio di uke, ma
ovviamente non ha senso che insegni a fare la tecnica in questo modo ad un
allievo alto 1.65 m, ha senso che io gli insegni i principi di shiho-nage ed i
principi che gli insegneranno come imparare a scegliere una forma piuttosto che un altra.
Diffidate dalle persone che vi impongono le proprie
forme senza farvi capire ciò che c'è dietro, d'altra parte voi comprereste mai
un giubbino solo perché a qualcuno calza bene e a voi sta malissimo?
L'allenamento è una questione di pelle, bisogna capire
cosa riusciamo ad indossare bene.
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