martedì 17 settembre 2013

Proposta di lettura

Salve a tutti,
oggi diamo un po' di "consigli per gli acquisti" come diceva qualcuno.
Tempo fa passeggiavo in libreria alla ricerca di qualcosa di nuovo da leggere, all'improvviso mi è capitato tra le mani un libro, comincio a vedere la copertina, leggere il titolo, sfogliare qualche pagina e nonostante una leggera vena di scetticismo, decido tuttavia di comprarlo e tuttora non ne sono pentito.
Quindi per tutti gli appassionati, per coloro che hanno voglia di conoscere qualche aspetto storico in più sui samurai, per gli addetti ai lavori o per i semplici curiosi, se vi interessa un po' di storia del Giappone e dei samurai, vi consiglio di leggere il seguente libro.



giovedì 4 luglio 2013

Matera, le chiese rupestri e l'equilibrio.

Pochi giorni fa sono stato a Matera, una città incantata, favolosa, piena di magia e cultura.


Mentre percorrevo le stradine di questa città, mi sono imbattuto in alcune chiese dalla architettura rarissima, le cosiddette chiese rupestri.
Ho scoperte che queste chiese sono sviluppate in negativo, nel senso che piuttosto che aggiungere elementi architettonici come la colonna, l’arco, la trave e così via, come siamo abituati a vedere nella maggior parte delle chiese, per le chiese rupestri invece viene tolto tutto ciò  che non serve fino a dare vita e forma alla colonna, all'arco ed alla trave.



In pratica si tratta di chiese scavate nelle grotte, dove lo scavo partiva dall'alto verso il basso e si eliminava dalla grotta tutto ciò che non serviva, lasciando solo gli elementi architettonici che servivano alla chiesa.
In pratica la chiesa già esisteva e si trovava già nel luogo esatto in cui doveva essere, bisognava solo togliere tutto quello che non serviva.


La scoperta di tale scelta architettonica mi ha stupito tantissimo, ma c’era allo stesso tempo qualcosa che mi lasciava perplesso, mi rendevo conto che questo principio non mi era nuovo, ero certo che quest’idea l’avevo adottata e usata più volte ma non ne ricordavo il contesto.

Alla fine capii che erano addirittura due i contesti in cui io usavo lo stesso principio.

Partiamo dal più semplice, l’associazione con il principio zen di liberare la mente è abbastanza ovvio, si tratta di togliere dalla nostra mente tutte le idee superflue, i concetti trappola, i pensieri inutili, che creano una rete nella nostra mente e non permettono pertanto ai pensieri “puri” di fluire liberamente, non permettono di avere una apertura ed una predisposizione mentale.
In pratica la capacità di sapere accettare gli eventi della nostra vita, qualsiasi essi siano, è già dentro di noi, si tratta solo di togliere tutte quelle idee che non ci permettono di viviere serenamente, si tratta di aprire la nostra mente, lasciando correre i nostri pensieri.



Seconda analogia.
Siamo abituati a pensare che, durante un combattimento qualunque o durante la pratica di un arte marziale, l’attacco o meglio ancora il contrattacco, debba essere necessiariamente un “colpo” da sferrare all’altra persona.
Ad onor del vero, spesso è così, ma non sempre, almeno per me.
Sto studiano ultimamente una tipologia di allenamento, molto orientata alle sensazioni, cerco, attraverso un contatto con il partner, di capire dove si concentra la sua forza, e di conseguenza cerco di sfruttare questa sensazione per portarlo in una situazione di squilibrio, senza mai perdere il contatto.
Si arriva così a creare una situazione di stallo, una situazione di equilibrio in cui Uke e Tori formano una struttura unica, ma mentre Tori sarebbe in equilibrio anche da solo, Uke non ha un suo equlibrio, e lo trova poggiandosi sul punto di contatto che c’è tra i due, caricando tutto il suo peso su questo punto di contatto, ma per lui tale contatto è passivo, non ne è padrone, ma schiavo, in quanto è l’unica cosa che lo separa dalla perdita totale dell’equilibrio.

Per Tori invece, che è in perfetto equilibrio, tale punto di contatto è attivo, ne è padrone, perchè sarebbe in equilibrio con o senza quel contatto, ed ecco che gli basta “togliere” qualcosa per finire il suo contrattacco, la sua tecnica.



"Non è tanto importante cosa mettiamo o cosa togliamo, quello che conta di più è ciò che lasciamo..."

martedì 4 giugno 2013

Perché l'Aikido?

Tra le tante attività che si possono praticare, perché ho scelto proprio l’Aikido?
Potevo decidere di fare un corso di taglio e cucito, il giocatore di bocce, il lanciatore di coriandoli alle sagre paesane…



Credo che uno dei motivi principali che ci spinge a scegliere l’Aikido sia da ricercare nella sua peculiarità di non avere competizioni e gare, quindi mi sentirei di escludere l’aspetto prettamente sportivo- agonistico e quindi la voglia di primeggiare sugli altri.



Un altro motivo che escluderei è l’aspetto della difesa personale, per quanto si possa essere bravi nella pratica, credo che buona parte dei praticanti di Aikido non passi la propria vita aspettando la tanta attesa aggressione da strada che gli permetta di fare vedere quanto è bello un ikkyo sull’asfalto.




A questo punto dopo aver capito alcuni motivi che possano spingere a scartare l’aikido, mi viene da chiedermi cosa invece potrebbe farlo scegliere?
Torniamo così alla domanda iniziale.

Perché l’aikido?

Ritengo che l’aikido sia uno strumento, un mezzo che ci aiuti a lavorare su noi stessi.
L’assenza di competizione con gli altri, di cui parlavo prima, credo che vada rivalutata, in quanto la competizione esiste, ma non verso gli alti, bensì verso se stessi.
Tale competizione non cerca di prevalere sull’altro ma nasce con l’obiettivo di aiutarci a capire come possiamo affrontare le nostre paure, come essere padroni di noi in situazioni di difficoltà, come essere migliori di ciò che siamo.




In sintesi posso affermare di aver scelto l’aikido in quando eterna ricerca di miglioramento della mia persona.

mercoledì 15 maggio 2013

I samurai, Batman e la fede



I samurai, tanto osannati dal cinema, dai libri e dai fumetti, cosa sono?Chi sono?

Non stiamo parlando di altro che militari, ma molto lontani dalla concezione occidentale di militare.








Partiamo da un analisi etimologica.
Il termine samurai, deriverebbe dal verbo "saburau", il cui significato è "servire o tenersi a lato".
Per oggi diciamo che ci basta questo, poi più in là potremmo decidere di approfondire l'argomento.

Il samurai serviva il proprio daimyō o shogun in maniera cieca, avendo una fede incrollabile verso chi dovevano servire, mettendo addirittura la loro vita in secondo piano rispetto ai favori del proprio signore.


Infatti un samurai che perde il proprio signore, perchè ne tradisce la fiducia o causa morte del signore stesso, viene chiamato "Ronin", termine che ancora oggi è usato in maniera dispregiativa in oriente.


Ora facciamo un salto spazio-temporale, ci troviamo negli Stati Uniti intorno alla fine degli anni trenta (ebbene sì, il tanto moderno Batman ha più di 70 anni).




Un bambino va al cinema per vedere “Il segno di Zorro”, ed all’uscita dal cinema assiste alla rapina che sfocierà nell’omicidio dei suoi genitori, condizionando tutta la sua vita.







Il bambino non si da pace, inizialmente vive nel tormento e nella sofferenza, ma questo dolore ad un certo punto lascia la strada alla razionalità, il bambino comincia a credere che ciò che è accaduto a lui non dovrebbe accadere a nessun’altro e dedica tutta la sua vita alla lotta contro il crimine.
Dedica tutta la sua vita ad un ideale, ad una fede, disinteressandosi completamente di tutto. Trascorre una vita da recluso, il suo unico scopo è sconfiggere il crimine, ed è talmente forte la sue fede che capisce addirittura di non potersi legare a nessuno sentimentalmente (e questo ha fatto “suppore” a molti critici un rapporto omosessuale con Robin...)






Bruce Wayne ha capito qual è il suo ideale, la sue fede ed ha deciso di indossare una maschera per perseguire il suo obiettivo, anzi sono in molti (me compreso) ad avere il dubbio che non sia Batman l’alter ego di Bruce Wayne, bensì il contrario, la forza di volontà è diventata talmente radicata che la vera maschera è quella del milardario Bruce Wayne e la vera natura dell’uomo è quella di Batman.




Ora non vi sto dicendo di diventare dei sociopatici affetti da crisi di disturbo bipolare, oppure di indossare una calzamaglia per andare di notte a combattere il crimine, o di uscire con una katana per lavare con il sangue tutte le onte subite.

Credo solo gia giusto porsi delle domande
“In cosa crediamo veramente?Quali sono nella vita i nostri ideali, la nostra fede?Per  cosa siamo veramente disposti a batterci?”





"Solo se si possiede un'alta formazione agli ideali, un'incrollabile fede e un profondo senso del dovere si riuscirà a superare le prove più aspre della vita."



martedì 23 aprile 2013

Strumenti VS Soluzione 1-0

So che potrebbe sembrarvi strano ma io ho frequentato la scuola elementare.

Tornando indietro con i ricordi mi chiedo come potrebbe essersi evoluta la mia istruzione se le cose fossero andate diversamente.

Questa storia comincia così:


C'è una quinta dimensione oltre quelle che conosciamo. È una dimensione vasta come lo spazio e senza tempo come l'infinito. È l'incerta zona di confine fra luce e ombra, scienza e superstizione, a metà strada fra le paure più profonde dell'uomo e l'apice della conoscenza. È la dimensione dell'immaginazione, e si trova... ai confini della realtà




Compito in classe di matematica.

Se un contadino si reca al mercato e compra 5 kg di mele,  al ritorno dal mercato trova un sacco per terra con 1 kg di mele ed arrivato sotto casa incontra un amico che non avendo venduto tutte le proprie mele gli regala un altro kg di mele.

Quanti kg di mele avrà il contadino?

Armato di carta e penna scrivo sul foglio:

5+1+1 = 8

Con la stessa soddisfazione di chi ha scoperto la fusione atomica consegno il mio compito, ma tutte le mie aspettative da scienziato vengono meno quando vedo un enorme tratto rosso sul foglio con una correzzione

5+1+1 = 7


Con la coda tra le gambe me ne faccio una ragione e capisco che

1)non ho scoperto la fusione atomica
2)5+1+1 = 7

Qualche giorno dopo mi capita un episodio insolito, dopo aver raccontato a mio padre del compito in classe, lui mi risponde così
    "Vabbè poco male se hai sbagliato, l'importante è capire i propri errori e correggerli. Ora sono certo che tu sappia quanto fa 5+1+1, vero?
Ed io rispondo prontamente ed orgoglioso
    "7!!!"
E lui mi fa
    "Ed invece quanto fa 5+2?"

Improvvisamente una nuvola nera di disperazione mi avvolge ed io mi ritrovo solo ed abbandonato con il mio quesito "Quanto farà 5+2?"




Non ho la più pallida idea di quale sia la risposta.


Tutto ciò può accadere ogni volta che ci limitiamo a fare una correzione senza darne le giuste motivazioni, senza dare all'allievo gli strumenti che gli permetteranno di capire

1)Quando si sta sbagliando
2)Perché si sta sbagliando.




"Dai un pesce a un uomo e lo nutrirai per un giorno.
Insegnagli a pescare e lo nutrirai per tutta la vita."


mercoledì 20 marzo 2013

Lo Zen e il tiro con l'arco


“...Il tiro con l’arco ora come allora è una faccenda di vita o di morte, in quanto è lotta dell’arciere con se stesso; e una lotta di questo genere non è un mistero surrogato, ma il fondamento di ogni lotta rivolta all’esterno – e sia pure contro un’avversario in carne e ossa.

Se partendo da qui si chiede ai maestri d’arco come vedano e rappresentino questa lotta dell’arciere con se stesso, la loro risposta apparirà del tutto enigmatica. Perchè per essi la lotta consiste nel fatto che il tiratore mira a se stesso – eppure non a se stesso – e ciò facendo forse coglie se stesso – e anche qui non se stesso – e così insieme miratore e bersaglio, colui che colpisce e colui che è colpito. Oppure, per servirmi di espressioni care a quei maestri, bisogna che l’arciere, pur operando, diventi un immobile centro....”

                                            
   Da “Lo Zen e il tiro con l’arco” di Herrigel Eugen



Questo brano letto e riletto tante volte, mi è sempre rimasto dentro, lo stesso principio espresso in questo brano va applicato allo studio delle arti marziali.

Non ha senso allenare esclusivamente la forza fisica, altrimenti ci stiamo affidando ad una pratica che funziona solo fino a quando non incontriamo qualcuno più forte di noi.



La vera forza di un buon allenamento è la padronanza di sé.



Mentre ci stiamo allenando ci possiamo permettere di capire e distinguere un movimento corretto da uno sbagliato, ma in una situazione di pericolo non abbiamo nè il tempo nè probabilmente la lucidità per farlo.

In questa situazione se siamo fermi a pensare cosa sarebbe giusto o sbagliato fare allora abbiamo perso in partenza, dobbiamo solo dare libertà al corpo di agire, e la tecnica troverà da solo il bersaglio, come avviene per la freccia dell’arciere zen.



Per poter lavorare in questo modo c’è bisogno di sentire l’avversario, sentirlo attraverso le nostre braccia, le nostre mani, le nostre gambe, dobbiamo mettere in ascolto il nostro corpo, il quale attraverso le sensazioni date dal nostro avversario ci permette di trovare una nostra via di espressione, piuttosto che decidere a priori cosa fare.