lunedì 14 gennaio 2013

Sincerità


Non esiste la ricetta perfetta per l’amore eterno, non esiste la ricetta perfetta per l’amicizia incondizionata,non esiste la ricetta perfetta per andare d’accordo con gli altri.



E’ vero, non esiste una ricetta perfetta, ma esistono sicuramente degli ingredienti fondamentali, come il rispetto, la fiducia, la sincerità.


Concentriamoci per ora sulla sincerità.



Sincéro: dal latino sincerus, composto da sin-e, senza e cera.

Terenzio definisce questa voce: purum sine fuoco, et simplex, ut mel sine cera. Questo etimo, se vero, potrebbe anche significare senza vernice, senza liscio, senza maschera, scevro di finzione. Senza cera probabilmente diveniva da un modo antico di fare scultura: quando lo scultore non usava la cera per tappare eventuali errori di scalpello, essa stessa diventava un'opera ancor più pura e perfetta. Affascinante e semplice.Ovvero qualcosa di puro all’origine.


Credo che per costruire un buon rapporto interpersonale ci sia bisogno “almeno” di sincerità.
Inizialmente ho parlato di amore e amicizia, ma proviamo ora ad aprire la nostra mente.
Un rapporto interpersonale è appunto un legame che si crea tra due persone.


Quando io pratico aikido con qualcuno, prima o poi, inevitabilmente, uno dei due farà partire un attacco, da quest’ultimo è presumibile che nasca una risposta.
Nel preciso momento in cui la risposta intercetta l’attacco, si crea un contatto.



A tal punto mi chiedo, possiamo considerare questi contatti una forma di rapporti interpersonali?
(Seppure più brevi e con meno aspettative dei rapporti ai quali siamo abituati a pensare).
Se la risposta per qualcuno di voi è “Sì”, allora perchè non cerchiamo di essere sinceri anche in questa forma di rapporto interpersonale?

Una delle prime difficoltà che si incontrano nell’allenamento è il fatto di “dover” eseguire una dovuta tecnica quando magari l’attacco è inefficace, senza intenzione, senza volontà.

Si crea in tal modo una scenario in cui per creare qualcosa di concreto bisogna ricorrere a qualche artificio, a qualche “trucco” per mettere in pratica la tecnica di cui sopra, ma abbiamo detto precedentemente che la sincerità è insita nelle cose pure all’origine, senza necessità di ritocchi.
Viene a crearsi così un circolo vizioso in cui Uke non attacca in maniera sincera e Tori è costretto a difendersi in maniera meno sincera.

Per essere corretti bisogna praticare sempre sinceramente.

Molti credono che la sincerità sia un atto di dovere verso gli altri, io credo che la sincerità sia piuttosto un atto di dovere verso se stessi.

"La sincerità non consiste nel dire, ma nell'intenzione di comunicare la verità."
Samuel Taylor Coleridge



giovedì 27 dicembre 2012

Non prendiamoci in giro

In passato, quando ancora non esistevano internet, youtube e affini (oddio sembra che stia parlando di secoli fa, ma credetemi, quando io cominciai a praticare ancora non c’erano tutti gli strumenti che abbiamo oggi ed ho solo 32 anni), noi praticanti eravamo molto sfortunati, poichè ci potevamo affidare soltanto all’insegnamento nei dojo e alla lettura di qualche libro. 

Sicuramente chi è della mia età ed ha dimestichezza con l’aikido, tra i vari testi che gli sono passati sotto mano ha letto “L’aikido e la sfera dinamica”.



Bene ora credo che dopo “L’aikido e la sfera dinamica” sia opportuno scrivere “L’aikido e la palla di lardo”.






Esistono delle persone (le palle di lardo di cui sopra) per le quali in aikido c’è un obiettivo da raggiungere ed una volta arrivati smettono di allenarsi, io sinceramente non credo sia così, ho sempre pensato che, salute permettendo, praticherò aikido per tutta la mia vita, senza aver mai e sottolineo mai, aver raggiunto un obiettivo finale. 



Mi spiego meglio, grazie alla pratica dell’aikido ho raggiunto tantissimi obiettivi che non starò qui ad elencare anche perchè non credo vi interessi, ma di certo nessuno di questi obiettivi era un traguardo.



Purtroppo non esiste un traguardo finale, non potrò mai dire “Ok sono arrivato qui, ora posso smettere di allenarmi”.
Assolutamente no, non esiste fesseria più grande di questa.

Con che coraggio continuerò a salire su un tatami se decido di non allenarmi più, come posso pensare di continuare ad insegnare qualcosa agli altri se io stesso ho deciso di voler smettere di imparare.
Quindi non prendiamoci in giro, in aikido ci si allena tutti insieme, si sale sul tatami, si suda e si pratica, ma non c’è qualcuno che guarda gli altri dal piedistallo e dice “Tu fai questo, tu quest’altro” con le terga a riposare.


Un allievo che ho conosciuto da poco, a tal proposito mi ha detto una frase semplice ma geniale, mentre parlavamo di ciò.

“Chi pratica male, insegna male!”

 Semplice ma geniale allo stesso tempo.

mercoledì 12 dicembre 2012

Il toro e il salice piangente

Alla base di un buon allenamento c’è la sincerità.



Mi capita spesso con persone che praticano Aikido da pochissimo ricevere  domande del tipo:
“Ma perchè devo attaccare in questo modo piuttosto che in quest’altro?”
“Ma se il primo attacco va a vuoto posso colpire di nuovo?”
“Ma se il mio avversario non si muove subito, perchè devo aspettarlo?”

E così via...



Le domande sono talmente tante che ad un certo punto mi  verrebbe da urlare “BASTAAAAA!!!!!!!!”, ma poi mi rendo conto di una cosa semplicissima.
Quelle domande sono tutte lecite.
E’ ovvio che quando si studia una forma, bisogna entrare nella mentalità schematica della forma, in maniera da ripeterla per poterne assimilare i principi. Però dopo potrebbe accadere qualcosa di insolito, gli allievi che inizialmente facevano tante domande, rischiano di essere risucchiati da un buco nero, ovvero smettono di farsi domande proprio quando dovrebbero.



Magari praticano da anni e proprio quando dovrebbero andare oltre la forma, oltre lo schema, ne rimangono prigionieri.


Ed ecco che viene fuori il toro.

Assistiamo così a scene “preconfenzionate”, attacchi telecomandati, proiezioni già stabilite 5 minuti prima che cominci l’attacco.
Questi praticanti sembrano un toro che parte appena vede uno straccio rosso e va avanti con i paraocchi.


Una minima variabile nello schema li manda in crisi, hanno difficoltà ad adattarsi ed il motivo è che sanno allenarsi sono all’interno di una schema prestabilito.

Io preferisco di gran lunga il salice piangente, capace di adattarsi a ogni situazione.



Se il vento è forte si piega, quando il vento cede ritorna come era prima.
Sente tutto ciò che gli succede attorno.

Magari in casi del genere è probabile che non vedremo mai applicare una tecnica da “manuale”, ma riusciremo a notare una notevole capacità adattiva, un continuo fluire tra attacco, capacità di adattarsi e risposta all'attacco.


Non dobbiamo mai accettare le cose passivamente, non dobbiamo mai smettere di metterci in discussione, non dobbiamo smettere mai di fare domande, un po’ come fanno i bambini.

“Il grande uomo è colui che non perde il suo cuore di bambino”
Meng-Tzu



venerdì 23 novembre 2012

Libertà di espressione


Mi trovo oggi ad affrontare un tema a me molto caro, già rivisitato diverse volte.

La libertà. 




Credo che libertà significhi essere costantemente padroni di se stessi.

Ma come si raggiunge tale grado di libertà? Liberandoci dagli schemi.



A tal proposito, sono fermamente convinto che le basi siano utilissime, senza una buona base gli edifici crollano, il problema nasce quando si crede che la base sia esclusivamente la risposta a tutti i problemi.

Il palazzo non è le sue fondamenta, una scultura non è la pietra, un quadro non è la tela ed i colori, un arte marziale non è la tecnica.
Se crediamo veramente che solo la tecnica sia sufficiente per avere un buon marzialista, credo che stiamo commettendo un grave errore.
Le basi sono fondamentali, ma allo stesso tempo sono uno strumento, un propedeutico, ma di certo non sono la risposta, se la domanda è “libertà”.
Anzi spesso la base è il contrario della libertà. Un errore comune è ritenere che nella base ci sia tutto ciò che c’è da sapere, così pensando non ci sentiremo mai liberi di esprimere la nostra personalità.

La base è la strada, la libertà è la destinazione.



Come dice Yoda <<Devi disimparare ciò che hai imparato>>.

Questo significa che una volta imparata la base, dobbiamo essere in grado di andare oltre.


Sembrerò banale, ma non dimentichiamoci che un arte marziale si chiama così poiché è un arte e come tale ci da la possibilità di esprimere noi stessi, non sprechiamo questa possibilità.

A tal proposito voglio riportare un estratto da un libro che sto leggendo, che mi ha dato spunto per la scrittura di questo post.

"L’uso che Musashi faceva della spada differiva da quello del comune spadaccino del suo tempo. In base alle normali tecniche, se il primo colpo andava a vuoto, la forza della spada si dissipava nell’aria. Era necessario riportar la lama indietro prima di colpire ancora. Ciò era troppo lento per Musashi. Ogni qual volta egli colpiva di lato, c’era pronta una stoccata di ritorno. Una sventola verso destra era seguita, essenzialmente in un'unica mossa, da una sventola di ritorno a sinistra. La sua lama creava due strie di luce, un disegno molto simile a due aghi di pino congiunti all’estremità.
                …….
                Non avendo studiato sotto un maestro, Musashi si trovava talvolta in svantaggio, ma c’erano anche dei casi in cui ciò gli tornava vantaggioso. Uno dei suoi punti di forza era ch’egli non era mai stato premuto entro lo stampo di alcuna scuola particolare. Dal punto di vista ortodosso, il suo stile non aveva alcuna forma discernibile, non aveva né regole né tecniche segrete. Creato dalla sua immaginazione e dalla sua necessità, era uno stile difficile a classificarsi o a definirsi."

 estratto da "Musashi", di Eiji Yoshikawa.





sabato 10 novembre 2012

Piccoli dettagli

Per la serie "Su questo blog difficilmente vedrete video di aikido in cui praticanti volano a destra e a sinistra", credo semplicemente che su questo blog vedrete ciò che io apprezzo di più dell'aikido e non sto parlando quindi di balletti coreografici per stupire il pubblico, bensì parlo di studi e criteri per stupire se stessi.

Questo video potrebbe rientra nella categoria dei video "Piccoli dettagli che fanno una grande differenza e che fanno grande un uomo".


martedì 23 ottobre 2012

Schiavi della paura.

Come si diventa schiavi di una catena?



Se siamo bloccati, se abbiamo un vincolo, se abbiamo un impedimento, la prima cosa che ci viene da pensare molto probabilmente è

              "Come faccio a liberarmene?"

ed altrettanto spesso siamo talmente presi dal concetto di liberarci da qualcosa che ne diventiamo schiavi.




Non siamo più schiavi del vincolo o dell'impedimento, ma siamo schiavi dell'idea del vincolo, non del problema in quanto tale, ma dell'astrazione del problema.


Uno dei pilastri dell'aikido è imparare a convivere con i problemi, essere in grado di gestire soluzione che altrimenti ci manderebbero in crisi.
Convivere con i problemi non significa accettarli passivamente, ma fare in modo che non ci rendano schiavi di noi stessi.


Un ostacolo ci crea sicuramente un impedimento, e tale impedimento crea una perturbazione nel nostro stato d'essere, ora questa perturbazione genera paura in noi per tanti motivi perché per esempio ci rendiamo conto che qualcosa di esterno può spezzare il nostro equilibrio.
La questione non è eliminare la paura.



Se io mi stessi buttando da un aereo ed il paracadute non si apre, sarei stupido se non avessi paura.



Non bisogna lavorare sul NON AVERE PAURA, ma bisogna imparare a NON AVERE PAURA DI AVERE PAURA, solo così saremo liberi.




mercoledì 17 ottobre 2012